luoghi

Chiesa di Santa Caterina da Siena

Il Centro di Musica Antica "Pietà de' Turchini" può vantare una sede d'eccezione: la chiesa di Santa Caterina da Siena.

L'edificio custodisce le opere di importanti artisti, che ne fanno un'antologia di grande portata storica della cultura del secondo Settecento.

Ma la sua storia ha inizio negli anni settanta del XVI secolo, quando ospitava l'ospedale di Santa Maria della Vittoria eretto per volontà di Don Giovanni d'Austria, vincitore della famosa battaglia di Lepanto, al quale fu poi annesso l'ospedale di San Giacomo. Nel 1613 il complesso fu venduto dai governatori al domenicano Feliciano Zuppardo, che nel 1615 vi sistemò alcune terziarie del suo ordine. Fu così che l'anno successivo, ad opera di Papa Paolo V, nacque il convento di clausura. L'edificio subì profondi rimaneggiamenti e, oggi, della chiesa seicentesca restano soltanto le splendide acquasantiere alle estremità della navata (recentemente restaurate) con Santa Caterina e San Domenico, attribuibili alla scuola di Cosimo Fanzago. Il primo intervento architettonico risale al 1760, anno in cui Ignazio Chiaiese rifece il pavimento in cotto e maiolicato. Ma solo nel 1766 la chiesa e il monastero furono radicalmente rinnovati da Mario Gioffredo, che ricostruì il pronao che fa da quinta prospettica alla chiesa, affrescato nella volta da Vincenzo Diano con la raffigurazione della Glorificazione della Chiesa (1784). All'interno l'architetto Gioffredo collaborò con il pittore Fedele Fischetti, che dipinse nella volta la Gloria di santa Caterina, nella tribuna L'Eterno e gli evangelisti, nelle lunette sugli altari Virtù cardinali e Virtù teologali. Nell'altare maggiore, progettato dallo stesso Gioffredo, come sottolinea lo storico dell'arte Anthony Blunt, si possono leggere le tendenze classicheggianti dell'artista che si colgono in tutta la chiesa. L'edificio è a navata unica con quattro cappelle per lato e abside semicircolare. Coerente con la comparsa di questo gusto accademico è anche la scelta dei pittori ai quali vengono attribuiti i dipinti su tela che decorano gli altari. Francesco De Mura, autore del Sant'Agostino (prima cappella a destra) e della Madonna del Rosario (seconda cappella a sinistra), è qui in un momento di straordinaria felicità pittorica, sottolineata dall'uso di materie cromatiche dai toni sempre più rischiarati e preziosi anche per il contatto con pittori come Corrado Giaquinto, Luca Giordano e Paolo De Matteis. A Giacinto Diana si deve il Calvario (seconda cappella a destra), datato 1782. L'opera appartiene a una fase accademizzante, in cui l'artista fa uso di una materia cromatica calda e dorata, che sfuma in delicate tonalità pastello, impreziosite da tocchi di luce chiara e vibrante in uno scenario da arcadia demuriana. Fedele Fischetti eseguì, oltre agli affreschi, anche le tele con la Circoncisione (terza cappella a destra), La Verginela Maddalena e santa Caterina reggono un drappo con san Domenico Soriano e Noli me tangere (prima cappella a sinistra). In queste opere della prima maturità, che riprendono modelli iconografici e soluzioni formali di Pompeo Batoni, l'artista dimostra il tentativo di partecipare alle nuove istanze del classicismo di metà secolo. È di Andrea Malinconico la tela con lo Sposalizio mistico di santa Caterina sull'altare maggiore. Non meno importanti delle grandi opere pittoriche, sono le testimonianze dell'artigianato napoletano, ovvero di quelle arti decorative, e non più minori, delle quali si ha traccia nell'Europa intera. Di particolare valore sono i sontuosi marmi e i preziosi intarsi lignei delle gelosie.

Chiesa di San Rocco a Chiaia

RECREA
Residenza creativa per ensemble, musicisti e cantanti  Un antico piccolo scrigno del sacro nel cuore del salotto di Napoli, a pochi passi dal mare chiuso da sempre ai più, pronto a riaprire le porte e a rivivere nel segno di una progettualità d’arte e cultura, motore per i migliori giovani talenti musicali d’Europa e del mediterraneo. E’ la chiesa di San Rocco a Chiaia, d’origini Cinquecentesche, presente nella mappa settecentesca del Duca di Noja, rimasta nascosta nel sovrapporsi delle architetture recenti, frontalmente all’asse meridiano della Villa Comunale. Legando a doppio filo radici barocche e creatività d’avanguardia, produzione e formazione il Centro di Musica Antica –Fondazione Pietà de’ Turchini ha elaborato un programma destinato ad accogliere in residenza creativa le formazioni giovanili, un coro polifonico ed un coro di voci bianche e talenti artistici non solo musicali, promuovendo la diffusione dei risultati e dei progetti messi a punto tra il pubblico cittadino e supportandone la circolazione su territorio nazionale e internazionale. Si portano dunque in scena neonate produzioni concepite a San Rocco da far salpare dalle sponde di Partenope verso altri centri di creazione europei in rete. L’obiettivo è di accompagnare il pubblico nell'emozione del concepimento di un'idea di concerto o spettacolo musicale e nella sua spesso difficile e sofferta ma anche incredibilmente gratificante realizzazione. Il progetto intende coinvolgere, far capire e scoprire al pubblico il valore artistico che un concerto assume non solo per il suo risultato finale ma anche per quel processo di formazione artistica, incontro sinergico fra personalità diverse, costruzione di materiali e problemi di realizzazione tecnica che lo precedono e che ne fanno il suo bagaglio

Gallerie d’Italia – Palazzo Zevallos Stigliano

Il palazzo Zevallos (o anche palazzo Colonna di Stigliano o ancora palazzo Zevallos Stigliano) è un palazzo monumentale di Napoli ubicato lungo via Toledo. Il palazzo ospita l'omonima galleria museale, facente parte delle gallerie d'Italia di proprietà del gruppo Intesa Sanpaolo. Il palazzo fu eretto tra il 1637 e 1639 da Cosimo Fanzago su volontà della famiglia spagnola degli Zevallos, duchi di Ostuni, che vollero per loro un palazzo nobiliare su via Toledo, non riuscendo a costruirne uno sui vicini quanto affollati Quartieri Spagnoli. Il primo proprietario del palazzo fu appunto Giovanni Zevallos (Juan de Zevallos Nicastro, duca di Ostuni) che ne acquisì la proprietà nel 1639 dopo la fine dei lavori. Alla sua morte il palazzo passò prima al figlio Francesco e poi dopo, nel 1653, fu ceduto definitivamente ai Giovanni Vandeneynden mercante e collezionista d'arte fiammingo, nonché padre di Ferdinando, che prese a moglie una Piccolomini dopo che acquisì il titolo di marchese di Castelnuovo dal re di Spagna. Da quest'ultima unione nacquero due figlie: Giovanna, che sposò il principe di Sonnino, don Giuliano Colonna, ed Elisabetta, che sposò don Carlo Carafa di Stigliano, marchese di Anzi. Fu con queste nozze, interessate dal legame con due importanti casati nobiliari di Napoli, che mutò la proprietà dell'edificio, attribuendola così nel 1688 alla famiglia Colonna Stigliano. Durante tutto il XVII secolo, il palazzo vide importanti restauri e modifiche sia degli ambienti interni che della facciata principale. Spicca rispetto al primo palazzo dei Zevallos il fastoso portale d'ingresso con gli stemmi nobiliari eseguiti dal Fanzago. Altra commissione importante in questo periodo fu quella affidata a Luca Giordano, direttamente contattato da Giuliano Colonna, che eseguì nel palazzo un ciclo di affreschi per abbellire gli ambienti interni. Durante la prima metà del XIX secolo, a causa di alcuni dissidi interni alla famiglia Colonna di Stigliano, il palazzo viene smembrato, frazionato in più parti e ceduto in fitto ad inquilini diversi che non avevano alcun legame con la famiglia nobile. Le decorazioni di Giordano si persero in questo contesto e con esse anche tutto il prestigio dell'edificio su tutta via Toledo che, nel frattempo, vide accrescere notevolmente il numero di edifici nobiliari che abbellivano quella che era divenuta oramai la strada più importante della città. Diversi furono gli acquirenti che si impossessarono di una porzione del palazzo: al banchiere Carlo Forquet andò il primo piano nobile; al cavaliere Ottavio Piccolellis andarono due ambienti del piano ammezzato; le restanti parti invece, furono messe in vendita solo dopo alcuni anni. Il palazzo in questo periodo vide ancora una volta mutare prepotentemente la sua architettura, grazie agli interventi neoclassici di Guglielmo Turi. La fetta più importante del palazzo, oggi visitabile al pubblico, fu acquisita dai Forquet, i quali vollero per il loro nuovo appartamento un importante ciclo di decorazioni e di stucchi per abbellire lo scalone principale e le sale del primo piano. In questa occasione furono chiamati a lavorare Gennaro Maldarelli e Giuseppe Cammarano, molto attivi entrambi in quegli anni nelle decorazioni dei palazzi nobiliari della città, tra cui a villa Pignatelli ed al palazzo Reale. Alla fine del XIX secolo, la quota dei Forquet fu acquistata dalla Banca Commerciale Italiana e le restanti parti furono prelevate non prima del 1920. In questa data, l'edificio ritornò ad essere, dopo quasi un secolo, un unico palazzo. In quest'occasione fu incaricato l'architetto Luigi Platania di adeguare la struttura alla nuova destinazione d'uso; risale infatti a questi lavori la chiusura del cortile interno con la creazione del grande salone del pian terreno. Al piano nobile del palazzo è stata invece allestita dal 2007 una delle tre gallerie d'arte appartenenti al gruppo bancario, chiamate gallerie d'Italia, che conta circa 120 pezzi tra pitture e sculture. Il portale di Cosimo Fanzago è maestoso, tipico delle architetture napoletane, non appena oltrepassato è visibile sulla destra un altro grande stemma nobiliare della famiglia Colonna con una breve incisione su marmo a loro dedicata: lo scudo è uguale a quello posto sopra al portone principale, lasciando così pensare che queste due parti sono state solo successivamente aggiunte. Subito dopo l'ingresso è il grande salone centrale di Luigi Platania, in stile eclettico, ricavato da un precedente cortile in piperno derivante dall'originario progetto fanzaghiano. Sulle sue pareti sono posti alcuni dipinti murali di Ezechiele Guardascione; la copertura avviene tramite un lucernario vetrato decorato, mentre lo scalone d'onore monumentale, posto a destra, porta al piano superiore ed è decorato con grandi lampade e stucchi dorati di gusto ottocentesco. Sulla volta è un'Apoteosi di Saffo di Giuseppe Cammarano firmato e datato 1832. Le pareti, colorate a fondo verde muschio, sono invece decorate in stampo neoclassico da Gennaro Maldarelli. Terminato lo scalone monumentale, si aprono in successione le sale che compongono il piano nobile. Tra queste c'è quella degli Amorini, decorata nella volta con decorazioni di fine Ottocento; la sala degli Stucchi, decorata con elementi neoclassici alle pareti; la sala degli Uccelli, anch'essa decorata nella volta con motivi animali e floreali ottocenteschi da cui prende il nome; la successiva sala Pompeiana, che prende il nome dai motivi classicheggianti delle decorazioni a tempera che caratterizzano la volta; e infine la sala della Fedeltà, chiamata così per via della rappresentazione pittorica della virtù sulla volta, che presenta negli elementi decorativi lavori del Cammarano e Maldarelli. All'interno di queste sale sono ospitate le omonime gallerie museali, che contano 120 opere tra pitture, disegni e sculture facenti parte delle raccolte delle gallerie d'Italia di proprietà del gruppo Intesa Sanpaolo. Le opere componenti le Gallerie di palazzo Zevallos sono esposte all'interno delle sale del piano nobile con criterio cronologico. Queste si compongono di pitture che vanno dal Seicento napoletano a quelle dell'Ottocento facenti parte della scuola di Posillipo e Resina, fino ad arrivare a sculture e disegni a matita e carboncino di Vincenzo Gemito eseguiti a cavallo tra il XIX e XX secolo, a cui è stata dedicata un'intera sala. Tra i pezzi più importanti della collezione c'è l'ultima opera di Caravaggio, il Martirio di sant'Orsola, del 1610.

Chiesa Santa Maria Incoronatella nella Pietà dei Turchini

La costruzione della chiesa della Pietà dei Turchini risale alla stessa epoca in cui fu edificato il conservatorio omonimo. Nel 1595 i lavori erano già stati ultimati in un’area tra l’altro piuttosto esigua. Sin da principio l’edificio sacro era composto solo dalla navata centrale, ai cui lati erano disposte le dieci cappelle che tuttora si vedono. Rispetto alla forma attuale, tuttavia, mancava del transetto e della cupola: per realizzarli e ampliare la chiesa, i governatori del conservatorio raccolsero un fondo con l’aiuto di generosi benefattori, tra i quali il noto mercante-banchiere olandese Gaspar Roomer. L’allungamento della chiesa comportò l’acquisto di tre appartamenti e di un terraneo che si trovavano nella strada di San Bartolomeo, a ridosso dell’abside originaria. Furono spesi 3280 ducati solo per la compravendita, alla quale seguirono nel 1633 i lavori di demolizione, per far spazio alle strutture murarie del transetto. I lavori terminarono nel 1639, sotto la guida di Felice di Marino. Le opere in ferro furono affidate a Diego Pacifico e Giovan Battista Vinaccia, mentre i vetri furono commissionati a Carlo Armenante. La cupola fu oggetto di molteplici interventi di restauro statico. Alcuni documenti attestano che nel 1674 mastro Giovan Jacopo di Marino, sotto la direzione del regio ingegnere Luise Naclerio, consolidò l’intera struttura. Nel 1688, poi, in seguito al tremendo terremoto che danneggiò molte fabbriche civili e religiose, fu posto un cerchio di ferro per imbrigliare la cupola. Importanti lavori di ristrutturazione dell’intero tempio si ebbero nel 1725 in seguito alle perizie degli ingegneri Filippo Marinelli, Giuseppe Stendardo e Cristoforo Sion, che avevano evidenziato la precarietà statica del sacro edificio. Le opere strutturali si protrassero a lungo, anche perchè nel 1723 un nuovo terremoto provocò gravi lesioni alla cupola, che fu riparata l’anno seguente. Nel 1739 fu assegnata al riggiolaro napoletano Donato Massa e al marmoraro Carlo Dellifranci la posa in opera del pavimento. Tra il 1769 e 1770, furono affidate all’ingegnere napoletano Bartolomeo Vecchione la progettazione e la direzione dei lavori per la realizzazione di un atrio innanzi alla chiesa, oggi scomparso, ma raffigurato nella pianta del duca Carafa di Noja (1775). Lo stesso Vecchione si occupò del rifacimento della facciata. All’interno, a destra dell’ingresso, è collocato il pulpito ligneo settecentesco, identificabile con quello progettato da Riccardo Du Chaliot. La visita del complesso chiesastico, ora procederà in senso orario, partendo dalla navata sinistra. Cappella n. 1  Il patronato della cappella, così chiamata per un dipinto che ornava l’altare andato disperso e nota anche come cappella dell’Agonia di San Giuseppe, apparteneva dal 1759 a Giuseppe Della Mura. L’altare, in marmi policromi, datato sulla mensa 1759, è opera del marmorario Francesco Raguzzini. Sull’altare vi è un’ancona dalla ricca carpenteria lignea, con al centro la tela di Paolo De Matteis raffigurante il Transito di San Giuseppe, già appartenente alla famiglia Della Mura. La cimasa con il Padre Eterno è attribuita al pittore tardo-manierista Pompeo Landulfo. Alle pareti vi sono le tele, già nella vicina chiesa di San Giorgio dei Genovesi, del sarzanese Domenico Fiasella, in deposito dal 1980. A sinistra, la Madonna in gloria con la veduta di Genova, a destra il dipinto di Giovanni Francesco Romanelli raffigurante il Beato Tolomei guarisce un’indemoniata. Sul piedritto a sinistra, su una lastra tombale, un iscrizione e sulle pareti due epigrafi. Cappella n. 2  L’altare, del XIX secolo, di semplice disegno, è sormontato da un crocifisso ligneo databile alla seconda metà del Seicento. Sulle cornici del timpano sono due putti in stucco che reggono, l’uno il calice, l’altro la corona di spine. Nella volta a tutto sesto, affreschi raffiguranti scene della Passione di Cristo, riferiti dalle fonti a Onofrio de Lione. Alle pareti, due tele di ignoto artista prossimo ad Andrea Vaccaro: a sinistra l’Orazione nell’orto, a destra la Flagellazione. Di particolare rilievo sono i due monumenti sepolcrali dei Soria de Morales, patroni della cappella. A sinistra il cenotafio di Diego Soria, marchese di Crispano, sormontato dal busto del medesimo, opera documentata del carrarese Pietro Ghetti; a destra la memoria funebre di Diego senior, datato 1641. I monumenti sono completati da due epigrafi. Cappella n. 3 La cappella fu dedicata a San Vincenzo nel 1621 dal marchese di Collenise della famiglia De Ponte. L’altare, di marmi policromi, è lavoro di Carlo Dellifranci. Su di esso la grande tavola dell’Annunciazione di Belisario Corenzio, con cornice lignea a motivi floreali. Alle pareti e sull’archivolto si vede un ciclo di affreschi, con Storie della Vergine ascrivibile sempre a Giovanni Balducci: a sinistra in basso, la Nascita della Vergine e in alto la Visitazione; a destra, la Presentazione di Gesù al tempio e la Presentazione di Maria al tempio. Al centro della volta vi è l’Assunzione della Vergine. Sulla parete di sinistra è uno stemma di marmo dell’arme abraso, accompagnato da un’iscrizione. Sulla parete opposta è collocato, al centro di un’iscrizione, il busto a rilievo di Ascanio Auriemma, riconducibile a un maestro della cerchia di Giulio Mencaglia. Cappella n. 4 Nel 1642 la cappella, già appartenuta al rettore della chiesa Giuseppe Incarnato, fu venduta a Isabella d’Aquino. Il patronato passò in seguito alla famiglia Ferri, come è attestato dall’iscrizione sulla lastra tombale al centro del pavimento, recante lo stemma gentilizio: uno scudo sannitico con un ceppo d’albero avente un’incudine alla sommità sulla quale sono due colombe affrontate con un mantello tra gli artigli. Sull’altare settecentesco del Dellifranci, vi è la tela, di ignoto seicentesco, raffigurante San Nicola di Bari. Le pareti accolgono affreschi con le Storie del Santo eseguiti da Agostino Beltrano nel 1641: a sinistra , la Contemplazione dell’urna con i resti di San Nicola, e un tondo con San Nicola che guarisce uno storpio; nella volta San Nicola in gloria; a destra San Nicola che distribuisce la Comunione, e l’Istituzione dell’Eucarastia. Cappella n. 5 Già di proprietà della congregazione dell’Oratorio dei Banchi, nel 1641 la cappella fu donata alla chiesa insieme all’Angelo Custode di Filippo Vitale, tuttora sull’altare. In seguito il patronato passò ai Cavalcanti dell’Ufficio del Corriere Maggiore e infine alla famiglia Marinetti. L’altare, in marmi policromi, è datato 1778. Il pavimento è in quadrelle di terracotta maiolicata di fine Settecento, con al centro un’epigrafe. Cappellone del transetto sinistro Nel 1780 furono affidati agli ingegneri Nicola del Giacomo ed Emanuele Ascione il progetto e la direzione dei lavori. Le tele che decorano l’altare furono eseguite da Giacinto Diano nel 1781: da sinistra, l’Adorazione dei Magi, firmata, l’Adorazione dei pastori e la Presentazione di Gesù al tempio. In alto la fascia centrale e le due tele laterali, tutte del Diano, rappresentano la Strage degli Innocenti. Più in basso, sulle porte, due tele raffiguranti i profeti Geremia e Isaia. A sinsitra del finestrone è il Sogno di San Giuseppe, a destra la Fuga in Egitto. Nel sottarco vi sono due dipinti: al centro il Padre Eterno con coro di angeli, a destra un angelo musicante. Altare maggiore La balaustrata che precede l’altare è opera documentata di Carlo Dellifranci. L’altare maggiore fu realizzato da Giovanni Atticciati tra il 1770 e il 1773. Nell’abside si trova la grande tela di Giacinto Diano con la Pietà.  Dietro all’altare troviamo anche il dipinto di Juan Dò l’Adorazione dei pastori e nell’abside la Resurrezione di Cristo di Paolo De Matteis. La grande tela rettangolare, posta al di sotto della Pietà di Diano, rappresenta l’Invenzione della Croce, dipinta dal Giordano alla fine degli anni ottanta del Seicento. Cappellone del transetto destro Alla destra dell’altare maggiore si erge la grande cappella dedicata a Sant’Anna, fondata dal regio consigliere Francesco Rocco nel 1667. L’apparato marmoreo è opera del toscano Dionisio Lazzari. Al centro, sull’altare, è la tela con Sant’Anna che offre Maria all’Eterno di Andrea Vaccaro. Ai lati due olii di Giacomo Farelli: a sinistra la Nascita di Sant’Anna, datato 1671, e a destra la Morte di Sant’Anna. Sulla parete laterale sinistra vi è il monumento sepolcrale di Francesco Rocco, scolpito da Lorenzo Vaccaro nel 1678. A destra si legge un’iscrizione incisa su un cartiglio marmoreo. La fascia superiore della cappella è occupata da tele di Nicola Vaccaro che raffigurano l’Apparizione di Sant’Anna e altri episodi miracolosi. Ai lati del finestrone vi sono le tele del napoletano Giuseppe Mastroleo con, a sinistra, le Nozze della Vergine, a destra, il Transito di San Gioacchino. Dello stesso maestro, di lato, a sinsitra, la Cacciata di Anna dal tempio, a destra l’Annunciazione. Il sottarco ospita due dipinti del 1733, anch’essi del Mastroleo: un Angelo musicante a sinistra, l’Assunzione della Vergine al centro. Affrontati sulle pareti laterali della cappella sono gli stemmi di casa Rocco, in marmi policromi: l’arme presenta nel capo tre rocchi a forma di torre. Cappella n. 6 La cappella fu di patronato della famiglia D’Amore. L’altare, in marmo bianco di Carrara, risale alla prima metà del Novecento e riporta un’iscrizione, come pure la pisside. Alla parete sinistra il Calvario di Cristo e su quella di destra la Pietà, tele entrambe di Crescenzo Gamba, provenienti da San Giorgio dei Genovesi. Sull’altare un moderno catafalco di alluminio e vetro contenente una coeva statua di santa Fara. Fuori della cappella vi è il marmoreo fonte battesimale, datato sul plinto 1615. Il piatto riporta sul bordo il nome del donatore. Cappella n. 7 La cappella fu concessa nel 1627 a Filippo Lantellieri. L’altare è stato modificato agli inizi dell’Ottocento. Alle pareti ci sono dipinti di Andrea Vaccaro: la Flagellazione, a sinistra, l’Incoronazione di spine, a destra, qui si possono ammirare anche altri due dipinti siglati da Andrea Vaccaro: l’Andata al Calvario e Cristo dinanzi a Pilato . Sulle pareti laterali due iscrizioni. In questa cappella è stato collocate anche il dipinto la Deposizione di Luca Giordano. Cappella n. 8 Sull’altare della cappella domina la Trinitas Terrestris, di Battistello Caracciolo, commissionata nel 1617, insieme alla cornice, dai patroni Sebastiano e Santolo Manso. Due piccole tele, quasi certamente seicentesche, sono collocate in alto sulle pareti laterali. Al di sotto, a sinistra, un’epigrafe. Su un piedistallo, la statua in cartapesta raffigurante Sant’Antonio da Padova della prima metà del XIX secolo. Cappella n. 9 Il patrono Leonardo Genoino, marchese di Ortodonico in Principato Citra, commissionò ad Andrea Molinaro la tavola del Rosario, ancora oggi visibile sull’altare. Al soffitto è un affresco, più volte ritoccato, raffigurante la Gloria di San Domenico di Luca Giordano, autore anche delle tele laterali con San Giacinto che attraversa il Boristene, a sinistra, e la Visione di Santa Rosa da Lima, a destra. Al centro del pavimento la lastra tombale con lo stemma gentilizio: scudo di forma sannitica inquartato che alterna l’aquila bicipite coronata con un braccio, cosiddetto destrocherio che impugna sei fiori; l’intera composizione araldica culmina con l’elmo a cancelli coronato di cinque fioroni e sormontato da un’aquila imperiale; alla punta dello scudo la croce dell’ordine di Malta; al di sotto un’iscrizione. Cappella n. 10 Le notizie certe sulla cappella risalgono al 1778. Sull’altare vi è la tela con la Madonna tra i Santi Gennaro e Antonio da Padova del napoletano Giovan Battista Rossi. Alle pareti, a sinistra, la Morte di Sant’Alessio, di ignoto seicentesco, a destra una grande tela, proveniente da San Giorgio dei Genovesi, del cortonesco Giovan Francesco Romanelli rappresentante il Beato Bernardo Tolomei che guarisce un’indemoniata. Nella cappella si può vedere anche una statua vestita dell’Immacolata del 1864. Sul pavimento una lastra tombale con inscrizione. Antisacrestia e ufficio parrocchiale Nell’antisacrestia c’è un’epigrafe settecentesca e un crocifisso novecentesco in cartapesta. Nell’ufficio parrocchiale è custodito il dipinto di un’anonima tela con l’Educazione della Vergine, forse di inizio Novecento.

Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco

https://www.purgatorioadarco.it/ La chiesa delle anime pezzentelle Nel cuore del centro antico di Napoli, lungo via dei Tribunali, si trova la chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, nota al popolo partenopeo come la chiesa “de’ ’e cape ’e morte”. Varcandone la soglia comincia un vero e proprio viaggio nella cultura napoletana tra arte, fede, vita, morte. Dalla piccola e bellissima chiesa del ‘600, che custodisce i preziosi marmi e il Teschio alato di Dionisio Lazzari, insieme a capolavori di Massimo Stanzione, Luca Giordano e Andrea Vaccaro, si scende nell’antico e grandioso ipogeo che ospita ancora oggi l’affascinante culto rivolto a resti umani anonimi che diventano speciali intermediari per invocazioni, preghiere, richieste di intercessioni. Un piccolo museo allestito negli spazi dell’elegante sagrestia completa l’itinerario.

La chiesa

Mirabile gioiello seicentesco venne commissionata nel 1616, dalla congregazione laica Opera Pia Purgatorio ad Arco, all’architetto Giovan Cola di Franco, e consacrata nel 1638. La struttura fu concepita su due livelli, una chiesa superiore che rimandasse alla dimensione terrena e un Ipogeo, area cimiteriale, che rappresentasse concretamente il Purgatorio. La cura delle anime del Purgatorio era uno dei punti principali della nuova chiesa controriformata e tutto l’apparato decorativo del Complesso venne ideato per ricordare, a passanti e fedeli, che le anime attendevano una preghiera in suffragio per potersi liberare dal fuoco del Purgatorio e ascendere al Paradiso. La facciata, la decorazione della chiesa e della Sagrestia, gli arredi liturgici, ogni cosa rimanda al tema del Purgatorio, ed anche l’intero programma iconografico è dedicato al tema del trapasso attraverso testimonianze del Seicento: il Transito di San Giuseppe (1650-51) di Andrea Vaccaro, nella terza cappella a sinistra, la Morte o Estasi di Sant’Alessio, capolavoro giovanile (1661) di Luca Giordano, nella terza cappella a destra. Splendida, nella sua preziosità, la tela della parete di fondo, raffigurante La Madonna delle anime purganti (1638-1642), di Massimo Stanzione, che sovrasta il Teschio alato, pregevole scultura marmorea di Dioniso Lazzari, oggi celato dall’altare; in alto, al di sopra dell'arco trionfale, corona la sequenza la scena classicamente composta di Sant’Anna offre la Vergine bambina al Padre Eterno (1670) di Giacomo Farelli, e lucente per i toni cromatici, nella prima cappella a sinistra, San Michele Arcangelo che abbatte il demonio (1650) di Girolamo De Magistro.

Museo Diego Aragona Pignatelli Cortes

La Villa Pignatelli (o anche villa Acton Pignatelli) è una villa monunentale di Napoli ubicata lungo la Riviera di Chiaia. La struttura, con annesso parco, rappresenta uno dei più significativi esempi di architettura neoclassica della città. Al suo interno hanno sede il Museo Principe Diego Aragona Pignatelli Cortés e il Museo delle carrozze di villa Pignatelli. Voluta nel 1826 dal baronetto Sir Ferdinand Richard Acton, figlio di John Francis Edward Acton, VI Baronetto, primo ministro di Ferdinando I, la villa venne realizzata da Pietro Valente a cui successe nel 1830 Guglielmo Bechi. Per eseguire i lavori fu necessario demolire una preesistente abitazione appartenente ai Carafa. I lavori del Valente non furono semplici, dovendo di volta in volta adeguarsi alle precise richieste del proprietario inglese. Non a caso diverse furono le controversie tra le due parti circa i lavori di esecuzione, tant'è vero che furono circa ventidue i progetti presentati dall'architetto napoletano per trovare l'accordo con Ferdinand Richard Acton. A causa di queste diatribe, i lavori di decorazione interna e quelli del giardino esterno furono affidati ad un'altra persona, il toscano Guglielmo Bechi. Qualche anno dopo la morte di Acton, nel 1841, la villa venne acquistata dalla famiglia di banchieri tedeschi Carl Mayer von Rothschild, che la abitarono fino al 1860. Il nobile di Francoforte incaricò i successivi lavori di abbellimento prima ad un architetto parigino e poi, insoddisfatto del lavoro, a Gaetano Genovese. A questa fase risale l'edificazione all'estremità settentrionale del parco della palazzina di tre piani nota come palazzina Rothschild. Nel 1867 la famiglia tedesca vide le proprie sorti legate a quella dei Borbone di Napoli, i quali furono allontanati dalla città a seguito dell'unità nazionale. Così la villa fu ceduta al principe Diego Aragona Pignatelli Cortés, duca di Monteleone. I Pignatelli furono nobili molto raffinati nei gusti e nei modi tant'è che trasformarono il luogo in un punto d'incontro culturale tra intellettuali e alta aristocrazia napoletana ed europea. Con testamento pubblico del 10 settembre 1952 la principessa Rosina, nata Fici dei duchi di Amafi, disponeva il lascito della villa allo Stato italiano, attraverso il Ministero della pubblica istruzione, che all'epoca garantiva anche la tutela dei beni culturali. I Pignatelli furono quindi gli ultimi proprietari della villa rimanendovi ad abitare dal 1897 fino al 1955, data nella quale fu ultimata la donazione della struttura allo Stato Italiano perché fosse trasformata in un appartamento-museo destinato a perpetuare il nome del marito e nipote di Diego Aragona Pignatelli, nonché suo omonimo, il principe Diego Aragona Pìgnatelli Cortés, già deceduto nel 1930. Assieme alla villa, la famiglia Pignatelli donò anche ciò che riuscì a raccogliere nel corso degli anni: argentibronziporcellane, smalti, cristalli, un'importante biblioteca e circa quattromila microsolchi di musica classica e lirica. Tutti questi reperti sono oggi esposti negli ambienti che compongono la villa. Nel 1960 la villa venne aperta al pubblico col nome di Museo Principe Diego Aragona Cortés. Nello stesso anno, ma inaugurato nel 1975 ed aperto al pubblico solo nel 2014, avvennero inoltre altre importanti donazioni, per lo più di carrozze e materiali annessi, tra cui spicca quella del marchese Mario d'Alessandro di Civitanova, grazie alle quali nacque il Museo delle carrozze di villa Pignatelli.

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