14 aprile domenica ore 20.30

Gallerie d'Italia - Palazzo Zevallos Stigliano, via Toledo 185, Napoli

Adriana Basile, Giulia De Caro, Anna Maria Scarlatti

Famosissime Armoniche del Regno di Napoli




Ingresso libero fino ad esaurimento posti disponibili

 


 

Interpreti

 

Cristina Donadio, voce recitante

Cristina Fanelli, soprano

Ensemble Talenti Vulcanici

 

Stefano Demicheli, direttore

Giusi Giustino, costumi

Francesco D'Antuono, luci

 

Drammaturgia e Regia | Angela Di Maso

 

Concerto/Spettacolo ideato da Federica Castaldo, 
con la consulenza di  Domenico Antonio D'Alessandro, Paologiovanni Maione e Francesco Cotticelli

 

Trascrizione delle partiture Enrico Gramigna

Si ringrazia Domenico Prebenna
 



Programma di sala

Gregorio Strozzi (c. 1615-1692/93)

Mascara sonata e ballata dei Cavalieri Napolitani nel Regio Palazzo, per due  violini e basso continuo

Giovanni Salvatore (1611-1688)

Corrente primaCorrente seconda per clavicembalo

Antonio Valente (c. 1520-1601)

Gagliarda napoletana per clavicembalo

Antonio Valente (c. 1520-1601)

Ballo dell’intorcia per clavicembalo

Donato Basile (c. 1588/89-1613)

Amorosi prieghiper voce e basso continuo

Claudio Monteverdi (1567-1643)

Ohimè ch’io cado per voce e basso continuo

Claudio Monteverdi (1567-1643)

da Arianna: «Lasciatemi morire» per voce e basso continuo

Giovanni Cicinelli principe di Cursi (XVII secolo)

Aspettatemi sentite per voce e basso continuo

Pietro Andrea Ziani (1616-1684)

da Annibale in Capua: «Io d’Emilia custode» per voce, due violini e basso continuo

Francesco Provenzale (1632-1704)

da Stellidaura vendicante: «Su mio cuore alla vendetta» per voce, due violini e basso continuo

Alessandro Scarlatti (1660-1725)

O voi di queste selve abitatrici pervoce e basso continuo

Domenico Scarlatti (1685-1757)

da Ottavia restituita al trono: «Quel nodo forte» per voce, violino e basso continuo

Domenico Scarlatti (1685-1757)

da Ottavia restituita al trono: «Ecco o stelle» per voce e basso continuo

Carlo Ambrogio Lonati (1645-c. 1710)

Adagio da Sinfonia a treper due violini e basso continuo
 



Adriana, Giulia e Anna Maria, ‘puttane’ in musica.

di Angela Di Maso

 

Nel dizionario della lingua italiana Treccani la parola puttana è così spiegata: puttana deriva dal francese antico putain, ossia «donna di facili costumi».

E questo è sicuramente il significato a noi più noto. Sempre in Treccani però, si legge che il termine è usato per indicare una persona disonesta, furbastra, corrotta, spregiudicata, capace di compiere qualsiasi azione pur di arrivare al raggiungimento dei propri scopi. 

Non finisce qui! 

A questi l’enciclopedia aggiunge ancora un altro di significato: persona di sesso femminile o maschile – è interessante come non vi sia distinzione di genere mentre nella cultura e morale comune siamo abituati a riferire questo termine solo a quello femminile - amorale, che si adegua per interesse alle circostanze cambiando opinione e partito con estrema leggerezza e velocità; ruffiana pur di ottenere ciò che desidera.

Ecco. 

Adriana Basile, Giulia De Caro e Anna Maria Scarlatti, le nostre famosissime armonichedel Regno di Napoli, racchiudono nelle loro vite di donne e di artiste tutti questi significati. 

Esse sono sì delle puttane, ma in musica, perché tutto quello che hanno fatto è stato per amore per la musica, nella quale arte dovevano non solo primeggiare ma essere riconosciute. Convinte. Orgogliose; addirittura nel caso specifico della De Caro, fiera di essere protagonista di un pometto satirico nel quale un amante deluso narra le sue ninfomani gesta.     

Ma è la scaltrezza unita alla spudoratezza per il riconoscimento in stima e fama della loro ars ad interessare molto più che dell’appetito sessuale.  

La mia drammaturgia nasce allora dalla lettura di documenti storici uniti ai saggi dei musicologi Maione e D’Alessandro nei quali è fortemente evidente la scalata di queste donne verso il successo musicale - erano comunque cantanti di indubbia abilità e questo è conclamato dall’ammirazione che i migliori compositori e musicisti dell’epoca provavano per loro tanto da dedicargli i propri lavori - con ogni mezzo avessero a disposizione e che quindi andava ben oltre le sole qualità vocali, per percorrere sentieri non lunghi e tortuosi ma brevi e dorati.    

Ma mondo fu e mondo è.  

Storie comunque di grandi passioni, di intrighi di palazzo, in cui duca, viceré e cardinali erano diventati burattini nelle loro mani, ammaliati da donne che sapevano di essere brave ma soprattutto belle e affascinanti.  

Cristina Donadio è Adriana, Giulia e Anna Maria. 

Attraverso la sua voce le famosissime armoniche rivivranno prendendoci per mano e presentandoci musiche e canti che accompagneranno i racconti delle loro vite fortunate e disgraziate al contempo, narrandoci di un secolo, quale il seicento nel Regno di Napoli, che per vizi e virtù mai sembra essere a tutt’oggi trascorso. 

Angela Di Maso



Note di sala

Un ritratto sonoro di tre cantanti, attrici, impresarie, donne “moderne” che, dai primi anni del ’600 ai primi del ’700, segnarono con le rispettive vicende biografiche e carriere artistiche la scena musicale di Napoli, esercitando con il loro carisma e le personalità di spicco, importanti influenze su protagonisti come Claudio Monteverdi, Francesco Provenzale, Alessandro e Domenico Scarlatti.

La storia della musica di quei secoli predilige protagonisti maschili, ma ci sono casi in cui vanno riscritte e rimeditate le sue pagine più ignote. Il viaggio che si compirà nel corso del concerto delinea ambienti, costumi, stili assai diversi nei quali le tre “Sirene” furono indiscusse, e ‘discusse’, protagoniste. Le tre cantatrici costruirono, attraverso la loro condotta particolare ed “esemplare”, un mito imperituro segnando la storia della vocalità e della scena del tempo.

La “divina Andreana”, aliasAdriana Basile(1586-1657): caso eccezionale di musicista professionista donna, per giunta cantautrice, nella Napoli spagnola tra Cinque e Seicento, la più celebre cantante italiana di corte della prima metà del Seicento, una delle prime di una lunga serie di “divine”, celebrata in vita come mai era successo fino a quel momento. Sorella del celebre autore de Lo cunto de li cunti, Giovan Battista Basile (ma ai suoi tempi, per la maggior fama da lei acquisita rispetto al fratello, i riferimenti erano rovesciati), fece conoscere al mondo questo capolavoro della favolistica mondiale che conteneva gli archetipi di favole come “Cenerentola”, “La bella addormentata nel bosco” e “Il gatto con gli stivali”. L’agente romano dei Gonzaga così la descrisse nel 1609 ‘eccitando’ il suo duca Vincenzo I, raffinato e competente quanto dissoluto:

Mio fratello mi ha detto che un pezzo fa sta su la prattica d’una napolitana, quale ha tutte queste qualità: sona di arpa in eccellenza, e vi canta al libro ogni sorte di madrigali con tal sicurezza che non vi è cantante nessuno che la supera, è quello che è il meglio sona di chitarria benissimo e canta a la spagnola, et il tal coppia che tra le italiani e spagnole sa più di trecento opere a la mente; è giovane di dicenove anni in circa; sarebbe stata presa da cardinali principali che la volevano, ma per essere troppo vistosa e bella sono restate».

Il 24 maggio del 1610 la “Sirena di Posillipo” si trasferì, quindi, dietro pressante richiesta del duca di Mantova, «dalle acque del Sebeto alle rive del Mincio», per usare un’allegoria affettuosamente creata dal fratello scrittore. Dopo averla conosciuta, di lei Monteverdi ebbe a scrivere il 28 dicembre del 1610:

[…] Avanti mi partissi da Roma udii la signora Ippolita [Recupito Marotta] molto ben cantare, a Firenze la signora filiola del signor Giulio Romano [Francesca Caccini] molto ben cantare e sonare di leutto chitaronato e clavicembalo, ma a Mantoa la signora Andriana benissimo cantare, benissimo sonare e benissimo parlare ho udito: sino quando tace e acorda, ha parti da essere mirate e lodate degnamente! […]

Da quel momento in poi per Adriana non ci furono solo accoglienze trionfali a Roma, a Firenze e a Mantova, ma anche a Modena, a Milano e a Venezia. Nella città dei dogi nel 1623 si consacrò definitivamente la sua fama con la pubblicazione del Teatro delle glorie, una raccolta di componimenti poetici scritti in suo onore da quasi tutti i poeti del tempo, Gabriello Chiabrera e Giovan Battista Marino in testa. Tra un successo e l’altro, tra un parto e ancora un altro, la “divina” riuscirà a rientrare a Napoli nella primavera del 1624, non facendo più ritorno a Mantova. Altri potenti ammiratori e protettori si affacciarono così sulla scena della sua vita: don Antonio Álvarez de Toledo, duca d’Alba e viceré di Napoli dal 1622 al 1629, al quale Adriana dedicò alcune sue composizioni spagnole con accompagnamento di chitarra, e dal 1633 il cardinale Antonio Barberini junior, a Roma, dove si era trasferita con la sua famiglia per ‘promuovere’ le figlie canterine Leonora e Caterina, suscitando le invidie e le gelosie di alcuni cantanti romani. La sua abitazione fu imbrattata, così, di «varie lordure» e un cartello offensivo fu affisso alla porta. Offesa nell’orgoglio di artista e di madre se ne ritornò, così, nella sua amata Partenope, «Giardino del Mondo», rispettata e riverita; la sua autorità professionale e la sua ottima posizione sociale, ostinatamente perseguite, erano ancora del tutto intatte. Morì il 25 gennaio del 1657, alla bella età di 70 anni, sopravvivendo anche alla terribile peste del 1656; scelse di essere sepolta al Gesù Nuovo, accanto al marito Muzio Barone.

Eccellentissimo Signore

Giulia de Caro, supplicando dice à Vostra Eccellenza, com’essendosi casata con Carlo Mazza, al quale ostituito [sic] esuberantissima dote, quando pensava godere una somma tranquillità, mentre dalla vita passata, ridotta in stato di quella honorevolezza conviene, venendo minacciato detto suo marito da alcuni suoi strettissimi parenti nella vita; supplicò la benignità di Vostra Eccellenza per cautela, acciò sotto il suo felicissimo governo, vivessero con quiete, […] ricorre [pertanto] alla benignità di Vostra Eccellenza, al quale non lascia supplicare prostrata a’ suoi piedi della sua valida protettione, come destituita da ogni agiuto, solo remasta pendente della sua grazia, e giustizia.

Con la sottomessa intercessione del 1676 inizia l’ultima sfida pubblica della tenace e temeraria Giulia de Caro(1646-1697); le scandalose nozze, contratte «con Carluccio Mazza, giovanetto rilassato, e indegno di haver nascita da parenti circospetti, e ricchi», innestano una lunga serie di vicissitudini scandite da fervide perorazioni dell’artista sobillata e perseguitata da sedicenti parenti dello sposo e da convulse risoluzioni governative sempre in bilico tra legalità e illegalità. Giulia de Caro espia la sua dissolutezza con nozze osteggiate: la turbolenta fase del suo ultimo gesto, puntualmente riportato dalle cronache cittadine, è contrappuntata da eventi singolari come il matrimonio celebrato in segreto, l’arresto dello sposo inviato al Castello di Baia, la sua reclusione nel Conservatorio delle Pentite alla Pignasecca, la causa celebrata dal Tribunale della Vicaria, l’interessamento degl’ordini ecclesiastici per annullare le nozze, e sfocia nella catartica scelta di lasciare i fasti mondani per una condizione di discreta e decorosa autoemarginazione: «Carlos Maza, y Julia de Caro consortes» scelgono di vivere «despuis de muchos trabaxos […] en el casal de Marano». Il lungo silenzio e i morigerati costumi condotti dalla primadonna non vietano, comunque, al redattore del suo necrologio, nel 1697, dopo vent’anni dal suo addio alle scene e al mondo, di rammentare che pria di maritarsi, fu il sostegno del Bordello di Napoli con grandissimo proveccio ed ha lasciato ricca facultà, ascendente a molte decine di migliaia di scuti, [...] ed è stata seppellita miserabilmente nella Parrocchia del sudetto Casale [Capodimonte], solo con quattro preti, una che al tempo del suo puttanesimo dominava Napoli, et sic transit gloria mundi!

«Commediante Cantarinola Armonica, Puttana» sono i titoli altisonanti – secondo le cronache seicentesche – di “Ciulla”; la vita della «principessa del bordello» napoletano si erge a modello per una lettura del ruolo di un fenomeno professionale ancora ricco di inaspettate sorprese. La breve parabola della sua carriera, esauritasi nell’arco di sette anni (1669-1676) sul palcoscenico della città partenopea, tra case aristocratiche, palazzo vicereale e teatro pubblico, è incastonata in un’esistenza contrassegnata prima dall’attività di meretrice e commediante e poi di sposa «civile, molto onesta e dabbene». 

I lunghi viaggi intrapresi per Roma portano a formulare l’ipotesi di un pellegrinaggio verso un addottrinamento nell’arte canora nell’Urbe santa che era la fucina di una schiera di cantanti provette: «Quivi alla fin perfettamente apprese | da Maestro miglior l’arte del canto». Il rientro in patria è contraddistinto poi da un tumulto generale, le protezioni altolocate le evitano un nuovo espatrio e le permettono di vivere a Mergellina, «dov’è il concorso di tutto il passeggio delle Dame l’estate così per mare come per terra, et è salutata e corteggiata nel fervore del passeggio» (1671). Il sito di Mergellina più volte fa da sfondo ai suoi prodigi canori, divenendo scenario suggestivo di una sua serenata: «dal sensuale vecchio Cicinelli […] fu fatta venire la Ciulla de Caro, famosa e ricca puttana, con un’altra compagna, e cantarono con far stendere la lor voce dalla bocca di due instrumenti mathaemati, come due muti di stagno alquanto lunghi di canna e grossi nel fine del quale sono come due muti di taverna ma grandi da dodici palmi di ruota e voti, che porta la voce due migli lontano e più col silenzio della notte» (1674).

Ma i meriti maggiori vanno ricercati nell’aver scritturato per la piazza partenopea il compositore Pietro Andrea Ziani e la celebrata cantante Caterina Pori, di aver commissionato opere ad Andrea Perrucci e Francesco Provenzale e di avere «nelle malegevolezze di queste imprese» ricercato attraverso «le mie incessanti fatiche, che meritano d’esser celebri almeno per haver con applausibile stento uniti […] tutte le Calliopi e gli Orfei, che hanno indotto stupori di Cielo, non che all’Italia, al mondo». A “parlare” della sua voce e della sua vocazione attoriale sono le cantate del nobile Cicinelli e le partiture per lei composte da Provenzale e Pietro Andrea Ziani.

Anna Maria Scarlatti(1661-1703), la famosa e chiacchieratissima sorella di Alessandro, che in vent’anni delle sue molteplici “virtù” ufficialmente come canterina – ma implicata anche in vicende scandalistiche a sfondo sessuale, e bersaglio preferito delle cronache del tempo per i suoi legami famigliari – aveva tratto profitti dalla sua ‘doppia’ attività mettendo da parte un patrimonio che il celebre fratello non avrebbe mai potuto accumulare; solo nel carnevale del 1689 per tre opere cantate al Teatro San Bartolomeo guadagnò ben 500 ducati. Nel 1699 la Scarlatti si costituì la propria dote matrimoniale di 10.000 ducati per sposare in seconde nozze l’armatore benestante Nicola Barbapiccola: una ‘precorritrice’ della “Callas”! Disponeva come contanti 6000 ducati di cui 4000 erano stati concessi in prestito dalla cantante l’anno precedente all’architetto e scenografo Cristoforo Schor – mai completamente restituiti –, per finanziare le attività teatrali che vide l’architetto coimpresario delle stagioni d’opera del San Bartolomeo tra il 1699 e il 1703; prima che Barbapiccola assunse a sua volta l’impresa operistica per il 1703-’04 forse per agevolare il debutto del diciottenne Domenico Scarlatti, il promettente nipote di Anna Maria, e far lavorare gli altri parenti del ‘clan’ della moglie defunta. Accanto a perle, diamanti, zaffiri e oro, la Scarlatti investì i suoi sostanziosi proventi anche in una piccola pinacoteca dove, nell’ipotesi che le attribuzioni fatte nella documentazione post-mortemfossero veritiere, troviamo, addirittura, un San Giovanni Battistadi Caravaggio, in compagnia di un cembalo e di un’arpa, strumento quest’ultimo prezioso per il canto ancora a fine Seicento.

Domenico Antonio D’Alessandro - Paologiovanni Maione
 


Testi

Basile - Amorosi Prieghi

Smorza crudel a more l’ardente fiamma,

che m’abrugia ‘l core.

O di più caldo foco ardi colei,

che ‘l mio mal prend’agioco.

 

Deh? Scioglimi dal laccio,

che l’alma mia tien colma ogn’or d’impaccio,

o con rete più dura

lega colei, che del mio mal non cura.

 

Sanami ‘l cor piagato

Ond’io vivo in dolor fero, e spietato

O con più acuto strale

Piaga colei, che sol desia mio male.

 

Deh? Dammi Amor aita

A l’aspra fiamma, al laccio, e à la ferita:

o ardi, lega, e piaga,

di foco, rete, e stral, chi odiarmi, e vaga.

 

Monteverdi - Ohimè che io cada, ohimè 

Ohimè, ch'io cado ohimè, ch'inciampo ancora il piè come pria

E la sfiorita mia caduta speme

Pur di novo rigar con fresco lacrimar hor mi conviene.

 

Lasso, del vecchio ardor conosco l'orme ancor dentro nel petto

Ch'ha rotto il vago aspetto e i guardi amanti

Lo smalto adamantin ond'armarò il meschin pensier gelati.

 

Folle, credev'io pur d'aver schermo sicur da un nudo arciero

E pur io si guerriero hor son codardo

Ne vaglio sostener il colpo lusignier d'un solo squardo.

 

O campion immortal sdegno come si fral hor fugge indietro

A sott'armi di vetro incanto errante

M'hai condotto infedel contro spada crudel d'aspro diamante

 

O come sa punir tirann'amor l'ardir d'alma rubella

Una dolce favella, un seren volto,

Un vezzoso mirar sogliono rilegar un cor disciolto.

 

Occhi belli ah se fu sempre bella virtù giusta pietade

Deh voi non mi negate il guardo e'l riso

Che mi sia la prigion per si bella cagion il paradiso.

 

Monteverdi - Il lamento di Arianna

Lasciatemi morire, lasciatemi morire,

e che volete voi che mi conforte in così dura sorte in così gran martire.

Lasciatemi morire, lasciatemi morire.


O Teseo, o Teseo mio si che mio ti vò dir che mio pur sei benché t'involi ahi crudo agli occhi miei.

Volgiti Teseo mio, volgiti Teseo o Dio volgiti indietro a rimirar colei che lasciato ha per te la Patria e il regno.

E in queste arene ancora cibo di fere di spietate e crude lascierà l'ossa ignude.

O Teseo, o Teseo mio se tu sapessi o Dio se tu sapessi oimé come s'affanna la povera Arianna forse forse pentito rivolgeresti ancor la prora al lito ma con l'auree serene tu te ne vai felice et io qui piango.

A te prepara Atene liete pompe superbe ed io rimango cibo di fere in solitarie arene.

Te l'uno e l'altro tuo vecchio parente stringeran lieti et io più non vedrovvi o Madre o Padre mio.


Dove dov'è la fede che tanto li giuravi così ne l'alta fede tu mi ripon degl'Avi?

Son queste le corone onde m'adorni il crine?

Questi gli scettri sono queste le gemme e gli ori? Lasciarmi in abbandono a fera che mi strazi e mi divori?

Ah Teseo, ah Teseo mio lascierai tu morire invan piangendo invan gridando aita la misera Arianna c'ha te fidossi e ti die gloria e vita?


Ahi che più d’aspe è sordo a miei lamenti o nembi o turbi o venti sommergetelo voi dentr'a quell'onde correte orche e balene e delle membra immonde empiete le voragini profonde; che parlo ahi che vaneggio? misera oimé che chieggio?

O Teseo, o Teseo mio non son non son quell'io. Non son quell'io che i feri detti sciolse, parlò l'affanno mio parlò il dolore parlò la lingua si ma non già il core.

Misera ancor do loco a la tradita speme e non si spegne. Fra tanto scherno ancor d'amor il foco spegni tu morte omai le fiamme indegne.

O Madre o Padre ode l'antico Regno superbi alberghi ov'ebbi d'or la cuna.

O servi o fidi amici (ahi fato indegno) mirate ove m'ha scort'empia fortuna.

Mirate di che duol m'ha fatto herede l'amor mio, la mia fede e l'altrui inganno.

Così va chi tropp'ama e troppo crede.

 

Cicinelli - Aspettatemi sentite   

Aspettatemi, sentite 
Vuò cantar a mio capriccio
Già che voi così volete
Non sarà come credete
Ma il silentio un po’ soffrite
Aspettatemi sentite.

E’ viltà d’un cor gentile
Il seguir beltà vagante
S’adorar bella incostante
E’ sol proprio d’alma vile.
La beltà senza fermezza
E’ una notte senza lume
E’ un augel che non ha piume
E’ una gemma che si sprezza.

Ma piano non più
Che già v’ho inteso
Qui servir vi potete a vostra posta
Gia che bizzarro stil udir ambite
Aspettatemi sentite.

Bell’humor ch’ha la mia Dama
Ma vuol ch’io servi e mi discaccia
Vuol di più che non mi spiaccia
Ch’io l’adoro e mi diss’ama
Bell’humor ch’ha la mia Pompa
Che non m’ama
Bell’humor ch’ha la mia Dama.

Basta non più ciarlare
Già che v’è tra noi chi va dicendo
Questo stil non fa per me
Flebil note in tuon cromatico
Mi sariano sol gradite
Aspettatemi sentite.

Da vostri bei rai
Mie fulgide sfere
Se ben sete nere
Già vinto restai.
Hor visto da pene
S’avanzi il dolore
Al misero core
da vostre catene.

Ma se d’arie così varie
Non v’appaga il bel tenore
Vi darà forse all’humore
D’applaudire il mio silentio
Vanne o voce io ti licentio.

 

Ziani - Io D’Emilia custode

Io D’Emilia custode? Di quelle amate poma il vigile dragon

Sarà Artanisba! Ah no, ciò non fia vero. Stelle perfide, rie che fabbra io

Sia de le sciagure mie. Moribondo mio cor,

e che vuoi tu se crudo, e spietato, se perfido, è ingrato il mio ben,

il mio ben il mio ben non mi vuol più.

Miri bello al Dio d’Amore, se non trovavo la mia fede per mercede che lo sprezzo,

ed il rigore.

 

Provenzale - Sul mio core a la vendetta

Su, mio core alla vendetta! Sdegno, rabbia, e che si fa? A svenar Amor m’affretta quel crudel ch’offeso m’ha. 

Mio furore, alma mia, che più s’aspetta? Che più? Che più s’aspetta?

Su, mio cor alla vendetta, ah la vendetta!

 

Alessandro Scarlatti - O voi di queste selve abitatrici

O voi di queste selve abbitatrici [i.e.],
Care ninfe gentili udite udite!
Lidio il vago pastor che qui sovente
L’orme de’ le mie piante
Seguir vedeste qual mio fido amante,
Quel ch’a un solo girar di sue pupille
D’amor m’accese al cor dolci faville,
Quel ch’ogn’ora giurommi amore e fede,
Quello, sì menzognier spergiuro infido 
Arde di Fille al foco e in questo lido 
Me tradita abbandona ed io qui intanto 
Resto oppressa dal duolo in mar di pianto.

Povera Irene
A crude pene
Or ti condanna
Un infedel.
Credesti amante
Fido e costante
Un cuor che inganna
Empio e crudel.

Se voi di me qualche pietà sentite,
Amiche Ninfe e belle udite udite!
Quel mostro d’empietà, quel core infido,
Pria di tradirmi spesso a me dicea:
Per te per te mia bella Clori ardo
E sospiro, solo per te respiro,
Per te quest’alma o cara 
Serba fide d’amore eterne tempre,
Te sola adoro e adorerò per sempre. 
Così dicea l’ingrato e pure oh Dio! 
Spergiuro al Dio d’amore, 
Al mio cor traditore 
Mi schernì, mi lasciò con empia frode 
Che Irene piange a la sua Fille or gode.

D’amor l’acerbe pene 
Come le prova Irene
Non c’è ch’il può pensar.
Un’alma che sa amare
Si sente uscir di vita
Se avvien che sia tradita
Da un cor che sa ingannar.

 

Domenico Scarlatti - Quel nodo forte

Quel nodo forte che m’allacciò

sol con la morte si scioglierà.

E quel martire che mi turbò

col mio morire si placherà.

 

Domenico Scarlatti - Ecco o stelle

Ecco, o stelle ecco l’oggetto

degli vostri influssi rei.

Saettate, saettate, eccovi il petto,

che si tarda, che si tarda, ingiusti dei.

 


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