-
Chiesa di Santa Caterina da Siena

Stabat Mater di Gaetano Panariello

Prima esecuzione assoluta

 

Lia Scognamiglio, soprano

Leopoldo Punziano, tenore

Coro della Pietà de’ Turchini

Ahirang Ensemble

Gennaro Damiano – Christian Di Meola, Giuseppe Lettiero, Domenico Monda, Sandro Verlingieri, percussioni

Fabio Cesare – sassofono

Davide Troìa direttore


E più in alto le stelle, nuove. Le stelle del paese del dolore.

[…]

Ma nel cielo del sud, pura come nell’interno

di una mano santa, la chiara, brillante «M»

che vuol dire madri…

(R. M. Rilke)

 

La abbagliante costellazione della “madre” rifulge inossidabile nel corso dei millenni e la cultura occidentale – e non solo – si interroga ed esercita su questo mito declinato nei suoi più remoti recessi. In ogni latitudine l’immagine della maternità evoca caleidoscopiche suggestioni tutte rassicuranti e fascinose: incantevoli e benefici sortilegi procura la sola articolazione della “parola”.

Mutevoli affetti invadono il campo semantico di questo “rifugio” senza eguali, sentimenti dissimili frutto di un percorso senza pari, esemplare e complesso, sono racchiusi nell’immaginario cristiano nell’eccezionale storia di Maria. Prescelta a disegnare, e ispirare, un modello invulnerabile e mirabile della maternità, è, infine, una configurazione che va al di là di qualsiasi credo e latitudine.

L’invidiabile “viaggio” – magnifico ed esclusivo – la porta a “scrivere” un “libro” mirabile sul mondo della femminilità. Le accezioni che la investono sono tutte sublimi ed elencate in quelle radiose visioni inanellate nelle litanie: folgoranti “rappresentazioni” per una catechesi invidiabile. Momento culminante di questa “viandante” terrena, votata alla celestialità in una assunzione stupefacente, è l’esperienza nel dolore della perdita del proprio “frutto”.

Le tappe della sua vita di madre generano testi spirituali di estrema poesia che culminano con la sequenza Stabat Mater attribuita a Jacopone da Todi, artefice di sicuro della non meno struggente lauda Donna de paradiso. La duecentesca “preghiera” parte dalla contemplazione degli “affetti” racchiusi nella sofferenza della Vergine al cospetto del figlio crocifisso per approdare al desiderio dell’orante di essere reso partecipe di quelle stesse pene affinché possa partecipare alfine a quella beatitudine catartica presaga di scenari paradisiaci.

La successione di terzine sin dal suo apparire diviene patrimonio comune e leggendario suggestionando la fantasia di molteplici artisti che intonano incessantemente il testo “favorito” rivestendolo di note idonee a suscitare la giusta fascinazione dei fedeli; forme e stili di volta in volta restituiscono l’alto portato della drammatica pagina creando le giuste atmosfere sonore atte a coinvolgere gli astanti in questo percorso di sofferenza presago di un paradisiaco approdo.

Nel corso dei secoli le venti stanze – variamente utilizzate – ispirano musica di indubbia suggestione ispirata alle più progredite istanze compositive – si pensi anche alle continue modifiche inferte, nel corso del primo secolo dalla composizione, al diffusissimo Stabat pergolesiano affinché risultasse sempre “aggiornato” – tese a commuovere e scuotere le “platee” più dissimili.

Gaetano Panariello si inserisce nel solco di questa lunga tradizione testimoniando la modernità del tema che non ha né tempo né “luogo”. Il cimento del compositore costituisce un’ulteriore riflessione musicale sul testo rivelando prospettive inedite e desuete grazie a scelte sorprendenti in cui si sommano esperienze variegate e colte suggestioni.

La cifra stilistica è quella consolidata dalla lunga militanza compositiva tesa a una stratificazione di saperi, complessa e dotta, elaborata inseguendo un progetto di adamantina linearità in cui sembrano ormai cadute quelle barriere che avevano causato l’insanabile frattura tra l’artista e il pubblico, dove solo un milieu di eletti riusciva a “decifrare” e interagire con l’opera d’arte. La ferita sanata e la comunicazione ripresa ricrea quel dialogo empatico all’insegna di un comune sentire, Panariello conosce le attese del pubblico e le sollecita senza mai tralasciare quel giusto margine a una sperimentazione che diviene “rassicurante”, stimolante. Il compositore campano partecipa a pieno diritto a quel fermento che invade ormai le arti tutte tese a riannodare i “rapporti” con lo “spettatore”, anzi con gli “spettatori”: in maniera trasversale si soddisfano le esigenze di gruppi eterogenei costruendo nuove strategie estetiche e di mercatura.

L’organico della partitura prevede oltre al sassofono contralto, una grande quantità di percussioni affidate a cinque esecutori di grande abilità che con virtuosismo debbono passare da uno strumento all’altro con una certa tempestività. Tastiere a suono fisso (due vibrafoni, una marimba, un glockenspiel), timpani, una serie di toms (alto, medio, grave), tamburi, tre diversi tipi di piatti sospesi, tam-tam, gran cassa, tre woodblocks, campane tubolari, barchine, frusta, lastra metallica sono il mondo strumentale previsto da Panariello per il suo Stabat, ensemble destinato a subire in fase di concertazione alcune modifiche riproponendo scenari di prassi di tutt’altra stagione in cui le esigenze esecutive possono determinare “improvvisazioni” inattese. Le voci solistiche e il coro completano l’organico della complessa e raffinata partitura costruita sulle identiche scelte testuali di Pergolesi – come l’autore jesino, Panariello suddivide la sequenza in dodici sezioni – e facendo leva su una memoria musicale varia in cui si incontrano e convivono linguaggi disparati.

Segni eloquenti di una tradizione “alta” e “bassa” convergono all’interno delle dodici parti con strabiliante equilibrio e persuasione, arditi procedimenti sono “offerti” ricorrendo alla dovuta “sprezzatura” per cui nulla appare disagevole o “astruso” ma il tutto cerca di disegnare, in maniera “semplice” e “naturale” (in senso alto), un progressivo percorso di elaborazione del dolore, anzi del lutto. Questa trasfigurazione è ravvisabile in maniera inequivocabile dalla impietosa “meteorologia” iniziale alla corrusca forza conclusiva di «Paradisi gloria» affidata al soprano e al coro supportati dai due vibrafoni, dal sax e, naturalmente, da alcune percussioni che disegnano uno scenario (o un percorso), in ff, rassicurante e salvifico.

La “pioggia intensa” con cui si apre la partitura disegna un’atmosfera che si rifà alle scritture, il “paesaggio” è via via circoscritto per indagare le pulsioni di colei che occupa uno spazio ancillare ai piedi della croce, la sua voce è racchiusa nell’interiezione tragica dei brevi glissandi affidati al soprano solo – sorta di micro passaggi estorti alla tradizione delle saetas – che emergono dal tutto e soprattutto fuoriescono dalla atipica scala – mi/fa/sol/lab/sib/do/reb/mi – affidata inizialmente al sax in brevi terzine di semicrome (sorta di figura che ricorda i fiati che annunciano le liturgie stradali della settimana santa) presto emulata e che poi si ritroverà per aumentazione – minime e semibrevi – nella parte del coro, sottoposta a una serie di artifici.

Procedimenti contrappuntistici cari alla letteratura madrigalistica con sezioni a imitazione e altre verticali testimoniano il tessuto storico della pagina e il sapere di una scrittura musicale che senza remora alcuna alimenta i propri manufatti a quell’eredità trasmessa da un “artigianato” blasonato e “antico”. La condotta delle parti “severa” eppure così moderna è il marchio di una bottega in cui si miscelano con maestria i “saperi” musicali; ad esempio il minimalismo ossessivo, reiterativo, fa bella mostra di sé nelle “figure” affidate agli strumenti nel «Cuius animam gementem» dove il coro procede secondo dettami di grande rigore o il coro a cappella con cui inizia il «Fac ut portem» presto contaminato da sonorità che amplificano il portato dei versi.

Espedienti non meno sofisticati si trovano nella terza sezione, «O quam tristis», dove, tra l’altro, il verso «Mater unigeniti», a sei, è scomposto in maniera scalare tra le voci in crescendo («Ma-ter | u-ni- | ge / ge- | ni- | ti / ti || Ma-ter») con il tutti in un repentino “pp” per la ripetizione di /Mater/ mentre l’accento di /unigèniti/ è salvaguardato dalla nota lunga (minima) al contralto rinforzata dalla croma del soprano che si appresta a chiudere il verso (batt. 24-25 e 27-28).

Ritmi di danza stranianti e echi lontani di ancestrali sonorità, legate a una pratica devozionale “popolare”, si avvitano e succedono creando una moltitudine di “stazioni” sonore che rimandano a una rappresentazione “viva”, immagini si rincorrono suscitando un turbinio di sensazioni come quelle sollecitate dalle saettanti figurazioni ascendenti e discendenti affidate ai vibrafoni nell’ottava sezione sotto le parole «Christum Deum» (batt. 65-73) sebbene l’ardere del cuore è affidato ai “precipizi” cromatici discendenti delle voci che si inseguono sempre più compatte (batt. 1-27 e poi 48-56).

Ancora una volta il teatro spirituale di Gaetano Panariello parla al mondo con il linguaggio della conciliazione e dell’universalità che travalica qualsiasi identità predefinita, la dolente “banda” funebre emerge con forza portando con sé esperienze “altre” che si confondono in memorie dissimili e contrastanti presto vanificate dal radioso «Paradisi gloria».

Paologiovanni Maione


Gaetano Panariello, Gaetano Panariello, compositore e didatta napoletano, è stato allievo di Aladino Di Martino e Franco Donatoni per la composizione e di Carmen Gambardella e Tita Parisi per il pianoforte.

Docente nei Conservatori Italiani dal 1982, dal 2008 è titolare della cattedra di Composizione presso il Conservatorio di musica “S. Pietro a Majella” di Napoli. E’ stato docente a contratto di Musicologia presso l’Università degli studi di Salerno. Dal 2000 al 2005 è stato Direttore del Conservatorio di musica “D. Cimarosa” di Avellino.

Attivo dal 1980 come autore di musica lirica, sinfonica e da camera, figura nelle programmazioni del Teatro San Carlo di Napoli già dal 1992 con il balletto Immago, divenendone subito uno dei principali compositori-ospiti: Il Guarracino, Biancaneve, Sogno di una notte di mezza estate, Pinocchio, I Cantori di Brema, Al lupo, al lupo, Viaggio in Italia, Peter Pan, Un bambino di nome Gennaro, alcune delle opere espressamente composte per il Massimo napoletano e replicate con successo e riconoscimenti della critica al Nuovo Piccolo di Milano nelle stagioni della Scala, al Palazzo Tè di Mantova, al Teatro Giuditta Pasta di Saronno, alla Scuola Civica di Milano, al Piccinni di Bari, al Rendano di Cosenza, al Verdi di Salerno, al Gesualdo di Avellino, al Ravello Festival, al Festival Nuova Consonanza di Roma…)

La carriera internazionale, oltre che in Europa, lo ha visto presente negli Stati Uniti con importanti commissioni (inaugurazione del CAC Center of Tulsa in Oklahoma nel 2006; celebrazione del 25° della fondazione della John Hopkins Orchestra di Baltimora nel 2008 (Triplo Concerto per pianoforte, oboe, fagotto e orchestra e successiva  touneè nel New Jersey nel 2009) ed in Brasile (Il libro degli esseri immaginari).

Autore di musica sacra (due oratori – Nativitas e Sacrum Opus – un Requiem, un Magnificat per tre cori, numerosi Mottetti e composizioni sacre entrate stabilmente nel repertorio di prestigiose associazioni corali di tutto il mondo) ha pubblicato ed inciso musica per Casa Musicale Sonzogno (Milano), Simeoli (Napoli) E.S.I. (Edizioni Scientifiche Italiane), Casa Editrice Gruppo Elettrogeno ( Roma).


Davide Troia, diplomato in Musica Corale e Direzione di Coro con C. Pagliuca, in Composizione con A. Di Martino e G. Panariello, in Strumentazione per Banda, in Pianoforte e in Canto, ha frequentato il corso biennale di perfezionamento in Direzione di Coro con Norbert Balasch presso l’Accademia Nazionale di S. Cecilia a Roma, il corso di Direzione di Coro, pratica corale e vocalità antica “R. Goitre” con G. Acciai, corsi sulla musica corale contemporanea con B. Zanolini, G. Hollerung, G. Graden. Ha seguito seminari di musica antica con C. Cavina, G. Banditelli, C. Ansermet, R. Invernizzi, A. Florio, e alla Civica Scuola di Musica di Milano con R. Gini e C. Miatello. E’ fondatore e direttore, dal 1990, del Coro Polifonico “Exsultate Deo”, alla cui guida ha partecipato a prestigiosi festivals e ottenuto riconoscimenti e premi in concorsi nazionali ed internazionali.

Affianca all’attività di direttore quella di controtenore, svolgendo attività solistica e in gruppi vocali. Ha realizzato numerose elaborazioni per coro; ha ricoperto il ruolo di giurato in importanti concorsi di Composizione Corale. E’ docente di Direzione di Coro e Composizione Corale presso il Conservatorio “L. Canepa” di Sassari.


CORO della Pietà de’ Turchini

Nato nel 2013 dal progetto “liberi di cantare” per la valorizzazione della Chiesa di San Rocco

a Chiaia, il coro riunisce 40 elementi ed è affidato alla direzione di Davide Troìa. Il repertorio

esplorato è molto vasto: sacro, profano e popolare, a cappella e con strumenti, dal

Rinascimento al Contemporaneo. La partecipazione al Coro è aperta a tutti e avviene

attraverso audizioni periodiche, esso si pone come obiettivo principale quello di accostarsi

alla musica e all’attività concertistica in maniera gioiosa. In meno di 2 anni di vita ha già portato a

compimento diversi progetti ed eseguito concerti per la stagione del Centro di Musica Antica

e per altre rassegne in Campania.


AHIRANG ENSEMBLE

Nasce da un’idea di Gennaro Damiano, docente del Conservatorio Statale di Musica “Nicola Sala” di Benevento, e dei suoi allievi. Ha tenuto concerti per vari festival e rassegne tra cui Benevento città spettacolo, Ravello Festival, Autunno musicale di Caserta, Musica experimento di Roma, Convivio Armonico di Napoli, proponendo repertori che percorrono tutto l’arco del Novecento musicale ed eseguendo in prima assoluta brani appositamente composti da alcuni dei più rappresentativi compositori partenopei contemporanei, tra cui Patrizio Marrone, Gaetano Panariello, Walter Baccile, Livio de Luca, Claudio Gabriele, Alessandra Bellino.

Hai bisogno di informazioni?

Contattaci

Reggio Emilia

Padova

Iscriviti alla Newsletter