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Il Combattimento

Soave sia il vento - II edizione - primavera/estate 2024

Chiostro di san Francesco d’Assisi, Sorrento
19.30 - 20.30
Gratuito

in occasione del IV Centenario della composizione de Il Combattimento di Tancredi e Clorinda di Claudio Monteverdi, su testo di Torquato Tasso


Interpreti
Ensemble Alraune
Giacomo Schiavo testo
Anastasia Petrova voce e anima di Clorinda
Paolo Marchini voce e anima di Tancredi
Rosita Martinelli corpo di Clorinda
Patrizio Travaglia corpo di Tancredi
Anne Juds coreografia e messa in scena originale
Martina Monaco coreografia e realizzazione
Mario Sollazzo concertazione
Franziska Schötensack, Stefano Zanobini violini
Hildegard Kuen viola
Augusto Gasbarri violoncello
Margherita Naldini contrabbasso
Elisa La Marca tiorba e chitarra barocca


nell’ambito del progetto
SOAVE SIA IL VENTO
Così… se fan tutti
ideazione artistica Fondazione Pietà de’ Turchini

a cura della Fondazione Pietà de’ Turchini
della Venerabile Congregazione dei Servi di Maria
e del Comune di Sorrento

in collaborazione con
I.S. “Francesco Grandi”, Sorrento


Ingresso libero

Programma
Tobias Hume (1569-1645)
A soldiers resolution

Anonimo
La armada turca

Anonimo
Chevalier, mult estes guariz

Anonimo
Li sarracini adorano lu sole

Anonimo dal Manoscritto di Kantemiroglu (Turchia)
Makam Nikriz Usul Berksan

Anonimo dal Manoscritto di Londra
Lamento di Tristano

Biagio Marini (Brescia, 3 febbraio 1594 – Venezia, 17 novembre 1663)
Sonata su “fuggi dolente”

Vincenzo Albrici (Roma 1631- Praga 1687)
Sonata in Re minore

Dario Castello (Venezia 1602-1631)
Sonata XII dal Secondo Libro di Sonate Concertate in stil moderno (1629)

Claudio Monteverdi (Cremona 1567-1643)
Il Combattimento di Tancredi e Clorinda (1624)


Il Combattimento

Note di sala
L’episodio della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso riguardante la tragica fine dell’amore tra Tancredi, cavaliere cristiano, normanno e Clorinda cavaliere donna, africana ed albina dell’armata musulmana, è tra gli episodi più carichi di significati simbolici e mitici delle saghe cavalleresche. Monteverdi compose il Combattimento di Tancredi e Clorinda creando uno dei primissimi esempi di teatro musicale che vide la messa in scena del madrigale rappresentativo all’interno del palazzo dei nobili veneziani Mocenigo nel 1624. Questo racconta lo stesso Monteverdi dodici anni dopo la prima messa in scena: “In tal maniera (già dodici Anni) fu rapresentato nel Pallazzo del’Illustrissimo et Eccelentissimo Signor Girolamo Mozzenigo, mio particolar Signore. Con ogni compitezza, per essere Cavaliere di bonissimo et delicato gusto; In tempo però di Carnevale per passatempo di veglia; Alla presenza di tutta la nobiltà, la quale restò mossa dall’affetto di essere statto canto di genere non più visto né udito.”

Il testo di Tasso parte da subito dopo la distruzione da parte dell’esercito musulmano della torre d’assedio di Gerusalemme nella crociata del 1099, prima della fatidica battaglia del 14 e 15 luglio. Nella notte Tancredi e Clorinda, che è rimasta chiusa fuori dalla città di Gerusalemme, vagano nella notte e si incontrano nel buio di una foresta. Non riconosciutisi si sfidano a duello, Tancredi sconfigge Clorinda colpendola a morte. In fin di vita, al sorgere dell’alba, Clorinda chiede al cavaliere cristiano di essere battezzata, Tancredi le toglie l’elmo e la riconosce. L’amata muore tra le sue braccia “illuminata” dall’alba e dalla grazia divina. La simbologia battesimale dell’uscita dal buio attraverso il riconoscimento della fede cristiana apre la strada ad un’interpretazione laica, vicina al Tasso, in cui è l’amore in quanto tale ed il riconoscimento dell’oggetto amato al di là della violenza cieca e dell’odio l’unica possibilità di redenzione e di illuminazione dell’individuo. A 400 anni di distanza e nel mezzo di nuove guerre e assedi proprio in quelle stesse zone il Combattimento di Tancredi e Clorinda rimane di enorme importanza se si pensa a quanto l’ideale dell’amore salvifico sia ancora oggi necessario per “uscire dal buio e dalla notte della ragione”.

La messa in scena è divisa in due parti, la prima parte ha una funzione di grande preludio al capolavoro di Monteverdi, si apre con l’enigmatica composizione di Tobias Hume, soldato di ventura e musicista inglese e presenta composizioni che sono in relazione con gli eventi delle crociate, il rapporto con gli “infedeli”, i turchi, i saraceni ma anche il legame amoroso tra gli esseri umani. Quest’ultimo è simboleggiato dal Lamento di Tristano e dalla Sonata su “Fuggi dolente” nella quale abbiamo inserito una parte vocale che si rifà alla melodia originale che deriva dal ballo di Mantova, una famosissima melodia popolare del ‘500 anche conosciuta come “Fuggi fuggi fuggi da questo cielo”. Ma questa composizione nasconde una sorpresa: per i misteriosissimi percorsi della musica e della storia, la melodia del ballo di Mantova è la cellula melodica di base dell’inno nazionale di Israele, quale coincidenza potrebbe maggiormente dimostrare il legame indissolubile e l’identità comune tra le culture e i popoli?!

Prima del Combattimento il programma prevede due sonate strumentali che vogliono collegare Venezia, luogo di elezione e creazione del Combattimento e di Monteverdi con il nord Europa da cui originariamente venivano i Normanni, il popolo di Tancredi d’Altavilla, nostro infelice amante. Così la Sonata di Albrici, compositore italiano attivo nell’estremo nord dell’Europa e la Sonata di Castello, musicista membro dell’orchestra veneziana di Monteverdi, chiudono il cerchio che ci conduce direttamente al capolavoro di Monteverdi e Tasso.

Durante l’assedio cristiano di Gerusalemme, città simbolo ieri come oggi di un immane scontro, Clorinda e Argante hanno tentato con successo una sortita notturna nella quale hanno incendiato e distrutto la possente torre d’assedio dei crociati, servendosi di unguenti infiammabili preparati dal mago Ismeno: mentre rientrano a Gerusalemme da una delle porte, incalzati dai soldati nemici, Clorinda si attarda a scontrarsi con un cristiano. È da qui che inizia l’azione narrata da Tasso e Monteverdi e che verrà seguita poi da una delle più grandi battaglie per Gerusalemme. Raimondo di Aguilers, che comandava insieme a Tancredi le truppe cristiane racconta così nel suo “Istoria Francorum qui ceperunt Jerusalem” cosa successe dopo la sanguinosa battaglia di Gerusalemme:

“Le gesta compiute in quel giorno di battaglia furono così straordinarie che dubitiamo la storia ne abbia registrate di più grandiose. Liberata la Città Santa, ora si doveva purificarla dagli infedeli. Alcuni tra i pagani furono pietosamente decapitati, altri trafitti da frecce lanciate dalle torri, altri ancora, dopo ripetute torture, furono arsi vivi nei roghi. Nelle case e per le strade giacevano cumuli di teste, mani e piedi, e i cavalieri andavano e venivano scavalcando e calpestando i corpi. Un gruppo di musulmani sul tetto di un edificio, che i crociati identificarono erroneamente col Tempio di Salomone, si arresero ma vennero uccisi ugualmente poco dopo. In questa brutale orgia di distruzione non furono risparmiate neppure le donne e i bambini. I crociati afferravano i bambini per i piedi strappandoli dal grembo materno o dalle culle e li scagliavano contro le pareti oppure spezzavano loro le ossa del collo; alcuni venivano trucidati con le armi altri con le pietre, non ebbero pietà di nessun pagano di qualsiasi tipo o provenienza.

La carneficina fu così grande che i nostri uomini camminavano nel sangue che arrivava fino alle caviglie, gli uomini cavalcavano con il sangue fino alle ginocchia ed alle redini. I difensori ebrei, che avevano combattuto fianco a fianco con i soldati musulmani nella difesa della città, si ritirarono non appena i crociati aprirono una breccia nelle mura esterne, cercando rifugio nella loro sinagoga, ma i Franchi la bruciarono sopra le loro teste, uccidendo tutti coloro che erano dentro. I crociati accerchiarono l’edificio in fiamme cantando “Cristo, Ti adoriamo!”

L’incendio della torre diviene simbolo dell’irragionevole violenza, della distruzione, della mancanza di luce della ragione e soprattutto della cecità dell’essere umano quando è privo di amore.


Tancredi che Clorinda un uomo stima vuol ne l’armi provarla al paragone.

Va girando colei l’alpestre cima ver altra porta, ove d’entrar dispone. Segue egli impetuoso, onde assai prima che giunga, in guisa avvien che d’armi suone ch’ella si volge e grida: – O tu, che porte, correndo sì? – Rispose: – E guerra e morte.

– Guerra e morte avrai: – disse – io non rifiuto darlati, se la cerchi e fermo attende. – Ne vuol Tancredi, ch’ebbe a piè veduto il suo nemico, usar cavallo, e scende.

E impugna l’un e l’altro il ferro acuto, ed aguzza l’orgoglio e l’ira accende; e vansi incontro a passi tardi e lenti quai due tori gelosi e d’ira ardenti.

Notte, che nel profondo oscuro seno chiudesti e nell’oblio fatto sì grande, degne d’un chiaro sol, degne d’un pieno teatro, opre sarian sì memorande.

Piacciati ch’indi il tragga e’n bel sereno a le future età lo spieghi e mande. Viva la fama lor, e tra lor gloria splenda dal fosco tuo l’alta memoria.

Non schivar, non parar, non pur ritrarsi voglion costor, ne qui destrezza ha parte. Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi: toglie l’ombra e’l furor l’uso de l’arte. Odi le spade orribilmente urtarsi a mezzo il ferro; e’l piè d’orma non parte: sempre il piè fermo e la man sempre in moto, né scende taglio in van, ne punta a voto.

L’onta irrita lo sdegno a la vendetta, e la vendetta poi l’onta rinova: onde sempre al ferir, sempre a la fretta stimol novo s’aggiunge e piaga nova. D’or in or più si mesce e più ristretta si fa la pugna, e spada oprar non giova: dansi con pomi, e infelloniti e crudi cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.

Tre volte il cavalier la donna stringe con le robuste braccia, e altrettante poi da quei nodi tenaci ella si scinge, nodi di fier nemico e non d’amante. Tornano al ferro, e l’un e l’altro il tinge di molto sangue: e stanco e anelante e questi e quegli al fin pur si ritira, e dopo lungo faticar respira.

L’un l’altro guarda, e del suo corpo essangue su’l pomo de la spada appoggia il peso. Già de l’ultima stella il raggio langue sul primo albor ch’è in oriente acceso.

Vede Tancredi in maggior copia il sangue del suo nemico e se non tanto offeso, ne gode e in superbisce. Oh nostra folle mente ch’ogn’aura di fortuna estolle! Misero, di che godi? Oh quanto mesti siano i trionfi e infelice il vanto! Gli occhi tuoi pagheran (s’in vita resti) di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.

Così tacendo e rimirando, questi sanguinosi guerrier cessaro alquanto. Ruppe il silenzio al fin Tancredi e disse, perchè il suo nome l’un l’altro scoprisse: – Nostra sventura è ben che qui s’impieghi tanto valor, dove silenzio il copra. Ma poi che sorte rea vien che ci nieghi e lode e testimon degni de l’opra, pregoti (se fra l’armi han loco i preghi) che’l tuo nome e’l tuo stato a me tu scopra, acciò ch’io sappia, o vinto o vincitore, chi la mia morte o vittoria onore. –

Rispose la feroce: – Indarno chiedi quel c’ho per uso di non far palese. Ma chiunque io mi sia, tu innanzi vedi un di quei due che la gran torre accese. – Arse di sdegno a quel parlar Tancredi e: – In mal punto il dicesti; (indi riprese) e’l tuo dir e’l tacer di par m’alletta, barbaro discortese, a la vendetta.

Torna l’ira ne’ cori e li trasporta, benchè deboli, in guerra a fiera pugna! Ù’l’arte in bando, ù’già la forza è morta, ove, in vece, d’entrambi il furor pugna! O che sanguigna e spaziosa porta fa l’una e l’altra spada, ovunque giugna ne l’armi e ne le carni! e se la vita non esce, sdegno tienla al petto unita.

Ma ecco omai l’ora fatal è giunta che’l viver di Clorinda al suo fin deve. Spinge egli il ferro nel bel sen di punta che vi s’immerge e’l sangue avido beve; e la veste che d’or vago trapunta le mammelle stringea tenere e lieve, l’empiè d’un caldo fiume. Ella già sente morirsi, e’l piè le manca egro e languente.

Segue egli la vittoria, e la trafitta vergine minacciando incalza e preme. Ella, mentre cadea, la voce afflitta movendo, disse le parole estreme: parole ch’a lei novo spirto addita,

spirto di fè, di carità, di speme, virtù che Dio le infonde, e se rubella in vita fu, la vuole in morte ancella.

– Amico, hai vinto: io ti perdon… perdona tu ancora, al corpo no, che nulla pave, a l’alma sì: deh! per lei prega, e dona battesmo a me ch’ogni mia colpa lave. –

In queste voci languide risuona un non so che di flebile e soave ch’al cor gli scende ed ogni sdegno ammorza, e gli occhi a lagrimar invoglia e sforza. Poco quindi lontan nel sen d’un monte scaturia mormorando un picciol rio. Egli v’accorse e l’elmo empiè nel fonte, e tornò mesto al grande ufficio e pio. Tremar sentì la man, mentre la fronte non conosciuta ancor sciolse e scoprio. La vide e la conobbe: e restò senza e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!

Non morì già, ché sue virtuti accolse tutte in quel punto e in guardia al cor le mise, e premendo il suo affanno a dar si volse vita con l’acqua a chi col ferro uccise. Mentre egli il suon de’ sacri detti sciolse, colei di gioia trasmutossi, e rise: e in atto di morir lieta e vivace dir parea: “S’apre il ciel: io vado in pace”.


Ensemble Alraune
Alraune è il termine tedesco per la pianta officinale della Mandragola ed è un ensemble fondato da Mario Sollazzo e Stefano Zanobini con l’obiettivo di riunire in un unico gruppo le caratteristiche eclettiche dei due fondatori. Basato su un gruppo di cinque musicisti stabili a cui si aggiungono altri collaboratori per i singoli progetti, l’ensemble ha per principi guida una grande apertura ad un repertorio vasto e variegato, l’assoluta attenzione alle prassi esecutive e allo studio delle fonti, progetti a lungo termine e multidisciplinarietà. Ciò si traduce in un naturale interesse per l’esecuzione su strumenti originali e in un’attenzione a collocare la musica all’interno del contesto storico in cui è stata composta per poi proiettarla nella criticità del mondo contemporaneo tramite una dimensione molto personale dell’interpretazione musicale che si rispecchia nella formulazione dei programmi e nella linea interpretativa.

L’attività di Alraune segue due linee principali: l’esecuzione su strumenti originali e progetti di ricerca ed esecuzione animati da un principio umanistico e politico.

Alraune ha collaborato a progetti specifici con Anna Fusek, Riccardo Minasi, Marina Comparato, Anton Martynov ed è stato invitato a suonare per prestigiosi enti e stagioni concertistiche, tra cui gli Amici della Musica Modena, Fondazione Pietà de’ Turchini Napoli, Museo Internazionale e Biblioteca della Musica Bologna, Agimus Firenze, Ekhof Festival, TheaterRuine StPauli Dresden, Teatro Comunale Luciano Pavarotti Modena, Villa Pennisi in Musica Festival, Festival Brahms a Milano, Concerti del Quirinale, Concerti a Palazzo Marino, Alte Musik Festival Bernau, Musica sulle Apuane Festival, Festival Ullmann, Monteverdi Tuscany Festival, Casa Buonarroti Firenze, Centro Confucio dell’Università Normale di Pisa, Università Statale di Milano, San Martino a Natale Festival, Festival Passaggi.

Ha partecipato a trasmissioni per RadioTre Rai, MDR e Radio Toscana Classica, SKY Classica HD ed è stato recensito positivamente da BR-Klassik, Das Orchester, Diapason, RadioTre RAI, RSI Radio Svizzera Italiana, Radio France, Opernwelt, Opernfreund, GB Opera, Opera Lounge, Concerto Magazine, L’Opera, Adagio Assai, Alte Musik Forum, La Repubblica, MDR, Musikansich.de, Fono Forum, Connessi all’opera, Seen and Heard International.

 

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